Monday, October 9

III CAPITOLO

SEDUTA DI PSICOANALISI

Arrivò ossessivamente puntuale alle cinque. Era riuscito miracolosamente a parcheggiare come al solito a poca distanza. Lo studio era nel pieno centro di Bologna. Dopo pochi attimi la dottoressa stessa gli venne ad aprire e gl'indicò, pressochè silenziosamente, la sala d'attesa.
Andò a sedersi. Inutile sperare di passare il tempo leggendo qualcosa. I giornali eran sempre gli stessi di quando aveva iniziato l'analisi, vecchi di qualche anno. Una volta aveva tentato anche di portarne uno nuovo, ma gli venne sequestrato all'ingresso..."Intanto pensa a quello che dirai in seduta" - lo redarguì. Rassegnato Allan passò nuovamente in rivista tutti i libri di medicina suoi e del marito. Ma non riusciva , con la migliore volontà, a trovare interessante qualcosa.
Sentì aprirsi l'uscio dello studio e udì bisbigliare nell'atrio d'ingresso. Dopo pochi attimi udì chiudersi l'uscio e la dottoressa che veniva a chiamarlo.

"Come ti senti ?" fu la domanda di rito appena furono seduti.
Era straordinariamente somigliante ad Anne Bancroft la dottoressa Fellini
http://gullyborg.typepad.com/photos/uncategorized/anne_bancroft.jpg
L'aria severa metteva soggezzione. Era una psicoanalista junghiana, ma avrebbe anche potuta essere freudiana o lacaniana tanto passava velocemente dall'uno all'altro quando parlava.
"Sà che l'altro giorno ho letto la rivista di Verdiglione, "Spirali"...non c'ho capito una parola!"
"Per forza, è tutto un bluff....alcuni mesi fà andai a una sua conferenza con Jalea e dopo aver studiato bene il suo linguaggio gli ho fatto io stessa due domande semplici semplici alle quali non ha saputo rispondere"
"Ah !!"
"Noooo, non val la pena cercare di capirlo....Lacan è un'altra cosa, questo è solo un fenomeno da baraccone."
Si guardò bene dal chiedere ulteriori delucidazioni su Lacan visto che per lui era ugualmente criptico e non era in vena di scervellarsi per seguire le disquisizioni della dottoressa sull'argomento. Disquisizioni, anche molto polemiche, per la quale andava nota in città, tanto che le sue intuizioni riuscivano a disarmare e ammutolire taluni depositari di verità assolute. Il cimentarsi con lei in serrati duelli verbali era una sorta di prova di coraggio da affrontarsi in pubblico L'ultimo a farne le spese era stato, appunto, l'ignaro Verdiglione.
Lo studio era spazioso. Dietro un paravento un lettino per le visite mediche. Davanti alla scrivania due comode poltrone Frau e relativi sgabelli per sollevare i piedi restando comodamente semisdraiati. La posizione di tre quarti rendeva quasi invisibile l'interlocutore.
Sulle pareti quadri astratti post-informali dipinti da lei stessa e che, scoprì poi, avevano vinto una miriade di premi citati in articoli su quotidiani e riviste. Essendo molto bella però anzichè sulle sue opere abbondavano fotografie che puntavano sul glamour del personaggio mondano.
Era molto conosciuta tra le avanguardie artistiche bolognesi. Conosceva Eco e Celli.
La madre di Lucio Dalla era una sua paziente.
Era un'intellettuale nella eccezione faucaultiana: eccezione, codesta, che, per l'appunto, ne definisce il ruolo ri-problematizzante in virtù del lavoro analitico che l'intellettuale compie in specifici campi di competenza. Faucoult infatti afferma che l'intellettuale ha il compito di reinterrogare le evidenze e i postulati, di riesaminare consuetudini e modi di pensare. Secondo il filosofo francese, insomma, l'intellettuale compie un lavoro di modifica del proprio pensiero e di quello degli altri. Era l'interesse per la "Creatività" quello che coniugava meglio la sua attività artistica con la professione di psicoanalista. In realtà, il problema della Fellini non era la pittura, ma il mistero della creatività e il messaggio psichico a questa sotteso. Il terreno su cui lavorava questa esploratrice del profondo era dunque tra i meno propizi alle certezze. Era chiaro, del resto, che per la dottoressa la pittura era stato un'elemento esplorativo del proprio inconscio: ed era evidente, altresì, che alla luce di solide conoscenze scientifiche, il medico Oria Fellini, traeva un'autodiagnosi dal proprio operato artistico. E' una situazione esistenziale, codesta, assai diversa da quella prevalentemente istintuale in cui opera normalmente chi pratica l'arte: una situazione lucidamente crudele, paragonabile a quella dello scienziato che si inocula un virus per studiarne freddamente i percorsi. Nel conflitto tra istinto e ragione, infine, prevale la seconda che mette a nudo, sempre più nitidamente, il "simbolo", al quale, peraltro, essa quasi ossessivamente attribuiva altissima portata significante ed emozionale. "Il simbolo, quale attività che struttura lo stato di coscienza" scriverà infatti molti anni dopo "è l'ombra che dobbiamo accogliere, proprio per non subire l'oscurantismo paralizzante del metafisico, ultimo incontro di chi pretenda, per qualunque via, di scarnificare l'uomo del suo estremo metaforico, del suo connaturato negativo: l'incognito, ovvero il simbolo". Era una mente ribelle, intelligentissima ed insofferente alle discipline. Con lei si poteva parlare di qualunque argomento con la certezza di essere compresi:
"Sà dottoressa, oggi ho visto una ragazza bellissima, stavamo conducendo la terapia di gruppo all'ospedale psichiatrico io e il dottor Vanzelli quando l'ho vista scendere dal reparto femminile cronici, scalza. Le gambe sembravano disegnate e il corpo pure. Ma era soprattutto quel viso a colpirti, quello di una bambola, ma spenta, senza vita proprio come una bambola vera. Quei piedi nudi le davano un chè di bambina che vuole attirare l'attenzione su di sè con l'indifferenza capricciosa di chi non si sà accontentare. Non vedeva nessuno. Gl'occhi fissi nel vuoto davanti a sè. Avrei dato qualunque cosa purchè mi notasse o almeno si accorgesse che esistevo. Credo che sia una delle più belle ragazze che ho visto negl'ultimi anni o che comunque ricordi. Il saperla così malata era straziante. Stava scontando parte di una condanna per tentato omicidio e la semiinfermità di mente l'aveva portata nel mio ospedale. Terminata la terapia di gruppo sono andato a sbirciare nella sua cartella clinica per sapere qualcosa di più di lei. E' di Miramare, tra Rimini e Riccione. Con l'immaginazione ero già al secondo tempo di "Io ti salverò", con Ingrid Bergman e Gregory Peck...poi mi sono svegliato !! "
"E' meglio, sai che nella tua professione non son permessi errori di questo genere."
"Lo sò, ma è stato bello sognare un po'. Da quando ho letto "Per le antiche scale" e "Le libere donne di Magliano" di Mario Tobino mi capita spesso. Credo che quell'uomo abbia colto stupendamente l'atmosfera che si respira in un reparto femminile, proprio come il mio, di un'ospedale psichiatrico. Quelle donne hanno tutte una storia unica e affacinante se le stai ad ascoltare una ad una senza pregiudizi. Ma soprattutto anche se la mente sragiona, mantengono tutte una ricchezza di sentimenti che lascia esterefatti. Sono le persone più buone che abbia mai conosciuto."
Passarono alcuni secondi di assoluto silenzio.
"...sa' che non riesco a dimenticarmi di Teo ?"
"Beh, è normale, stai elaborando il lutto per la sua morte...ci vuole tempo..."
"Si, certo, lo sò, ...ma questa volta è diverso.
"Perchè diverso ?"
"Perchè questa volta ho realmente la sensazione di una perdita...irrimediabile....forse perchè era un tipo così originale, unico.....ma poi non è solo per quello, unici siamo tutti......quello....come dire....era più "unico" degl'altri.
Molti si assomigliano, per mestiere, idee, ed altro...lui non assomigliava a nessuno. Era Teo e basta. Un giorno ero ero al "Polo", una gelateria molto bella come ce ne sono alcune anche qui, a Bologna. Avevamo poco più di diciott'anni. Teo aveva una macchina americana, verde, di suo padre, ma sembrava appena uscito da "Happy day". Non se ne vedevano di macchine così grandi dalle nostre parti. Era enorme. Una Opel, mi pare di ricordare. Lui aveva solo un'anno più di me ma era più adulto della sua età,...o forse ero io che lo ero di meno,...comunque era sveglissimo, furbo e buono.....cioè, la sua furbizia non la rivolgeva contro di te ma solo contro nemici comuni. Mi setii lusingato quando m'accorsi di stargli simpatico. Subito si rapportò a me molto fraternamente, mi insegnava, mi dava consigli, sempre con allegria.
Una sera andammo in discoteca assieme ad un'altro suo amico. Un tipo stranissimo , anche lui, tutto vestito di nero, perennemente ubriaco. Era estate. Ricordo ancora lo stupore che provai nel vedere come passavano da una dicoteca a un'altra e bevevano a volontà, quando io ancora facevo fatica ad avere i soldi per andar dentro ad una sola e a bere nei gabinetti. Lavorava già, credo nelle assicurazioni, ma non ne sono certo. Era comunque così altruista. Non parlava di se ne si vantava delle sue conquiste, che eran tutt'altro che scarse. Una sera uscì con la fidanzata. Era una ragazza bellissima e altrettanto sveglia e gentile. Ma quando stavi con lui ti faceva sentire tu il play-boy della situazione. E' piacevole aver degli amici così, che se anche più fortunati, ti suscitano solo stima ed ammirazione......sento che mi manca....che non troverò più, nella vita, un tipo altrettanto simpatico.......ecco, simpatico è la parola giusta......c'era empatia tra noi,....lo stesso "pathos", le stesse emozioni...vivevamo sulla stessa lunghezza d'onda,....ci piacevano le stesse cose. Cioè quelle cose che piacciono a tutte le persone di buon senso, se ancora ce ne fossero,....donne e motori !!" disse sorridendo amaramente Allan.
"Sà, al funerale ne ho sentita un'altra di avventure divertenti sul suo conto....una di quelle storie semplici semplici ma che esprimono uno dei miti di questa terra, o almeno credo, quella dell'"ignorante".....del "cattivo gratùito", un po' crudele negli scherzi.
A un'amico che voleva continuare a pescare quando invece lui voleva tornare a casa, versò tutte le esche nel fiume. Detta così la cosa non fa neanche ridere, ma se li avesse conosciuti entrambi immaginerebbe le facce comiche. Uno arrabbiato e silenzioso e l'altro, allibito e stupefatto di un vigliacco tradinento, così, da un'amico, e che impotente poteva solo sbraitare." sorrise un po' meno amareggiato, questa volta, Allan.
Tornò il silenzio. Per alcuni minuti non dissero nulla entrambi.
Un' amico....una persona qualunque, tra le tante che potrebbero essere, ma particolare, come un tuo familiare senza esserlo. Qualcuno a cui non si fa' neanche le condoglianze perchè formalmente non vale niente. Non ha legami di parentela. Ma che può essere mille volte di più di un parente. Quasi un fratello, se mi Allan ne avesse avuto uno con cui fare il confronto.
L'Amicizia, dove il bene e il male sono ancora chiaramente distinti, nettamente, definitivamente.

Lo guardavo per l'ultima volta nella bara e mi chiedevo ora dov'era. Non ho nessun dubbio che la vita ma restava il mistero di come. Glelo avevo promesso e tranoi non c'erano dubbi. Prima ero io a sapere, ora era lui. Sapevo di piangere per me stesso, per il suo essere andato via, per la compagnia che non mi avrebbe più fatto.
Non ne provavo pena.
Per me ne provavo.
Si sarebbe fatto cremare e questo rendeva ancor più drastico l'allontanamento. Non ci sarebbe neppure stato un posto dove illudersi di potergli parlare. Da lì a poche ore non sarebbe esistito più. Scomparso, annullato, annichilito. Eppure nei miei occhi ancora lo vedevo vivo, sorridente. Non l'ho mai visto triste. Non sò che faccia avesse da triste. Non riesco a immaginarla.
Ora restava solo questo grande intervallo, come tra due tempi di un film, dove ti guardi intorno, osservi chi c'è che conosci anche se nulla aha senso perchè aspetti di vedere come andrà a finire e la tua mente non è collegata agl'occhi ma con le immagini che vedevi fino a poco tempo fa'.
Solo il tormento di una monotona domanda. Che ne è di tè ? Dove sei ora ? Ci stai vedendo ?
No, non avevo questa sensazione. Eravamo tutti lì per lui e lui l'unico assente.
Come in una giornata di scuola.
Teo ? Assente ! Ci rivedremo domani. A me tocca ascoltare questa noiosa lezione e tu te la spassi.
O sei a letto ammalato ?
Beh, sempre meglio che essere qui, dover stare attenti, con l'ansia della prova, degli esami perenni.
Hai fatto "fuoco", ci scommetto. Quando mai perderesti un giorno risparmiato dalla scuola per spenderlo in un letto. Non è nelle tue corde. Anche con la febbre a quaranta troveresti qualcosa di divertente da fare. Non eri il tipo che si annoiava. E come hai fatto ad ingannar tuo padre ? Cos'hai "strolgato" questa volta ? Nooo, sei troppo furbo. Qualcosa ti sei inventato. Fregherai gl'altri ma a me non mi freghi. Dove sei andato a divertirti ? Stronzo, potevi avvertirmi. Si, lo so che son più coglione e magari ti facevo scoprire. Ma potevi aspettarmi. Che fretta c'era ? Se mi lasciavi il tempo avrei potuto inventare qualcosa. Avresti potuto regalarmi una delle tue furbate. Vabbé, ti perdono. Ma mi dispiace per me. Che giornata che mi son perso, accidenti, straccidenti. Certe occasioni poi non tornano. Ma almeno ti sei divertito ? Ti stai divertendo ?
Ma poi chi sono veramente i fortunati ? Quelli che vanno via per primi o gl'ultimi ? Certo, se con la morte tutto finisse sarebbe ovvia la risposta.
Ma io sò che non è così.
Non è per fede, lo sò e basta !
Allora tutto si complica e le domande non hanno risposta. Ce l'hanno per quelli che credono di saper tutto, ma non per noi, vero ?
Non per noi due.
O per me solo, ora.
Eravamo rimasti noi, in questo mondo di "cretini istruiti", a ricordarci di non saper niente.
E ridere, ridere, ridere perchè è l'unica cosa da fare, ridere ed amare la propria donna.
E tu eri un maestro.
Niente noiosi discorsi di tradimenti e amanti tra noi.
Solo di amici e scherzi si parlava.
E la famiglia.
Come una volta, come non usa più.
Anticonformista fino alla morte.
Tu, sempre in giacca e cravatta.
Io sempre in blue-jeans.
Tu, sempre i capelli corti.
Io, sempre i capelli lunghi.
Ma eravamo uguali.

Pazienza, è andata così.
Ci ritroveremo tutti, un giorno, e faremo "baracca". Tu prepara il vino e le fiorentine che poi noi arriviamo. Ciao Teo, è stato bello conoscerti; cercherò di ricordare che ci sei stato, che sei esistito, per me e per gl'altri, e non che adesso non ci sei più. E se ci sei stato una volta, gratuitamente, senza averti meritato, senza averti cercato, ci potrai benissimo essere una seconda. Basta aspettare che termini l'intervallo e ricominci il film.
Che genere di film ?
Che domande !!.....ma da ridere, ovviamente, da ridere, e chè altro ?!?!!

Saturday, September 30


II CAPITOLO

GRAN PREMIO DI MONTECARLO

Partirono, superarono Marco e Teo e si diressero all'ippodromo.Le strade vuote e i larghi viali illuminati dai lampioni rendevano tutto più magico.Il sibilo del turbo lacerava l'aria.Tolse di scatto il piede dall'accelleratore e spinse con forza i quattro freni a disco autoventilati.Sembrava che l'asfalto si liquefacesse come nei cartoni animati per rallentare l'auto.Il semaforo stava diventando rosso.Ritanna resto con lo sguardo fisso in avanti e ben stretta nella sua cintura di sicurezza.Quando vide comparire l'arancione dall'altra parte alzò il numero di giri del motore a cinquemila.Al verde lasciò violentemente la frizione.Le ruote dietro patinarono fumanti, ma avevano la funzione di fare da frizione all'innesto del turbo. A quel punto era come pilotare un'areoplano tale era la sensazione di essere staccati da terra. Fluttuavi nell'aria, attaccato a un filo, come su un gigantesco aquilone rosso.E il filo era quello delle traiettorie e con tutti i marciapiedi che c'erano era un'attimo sbriciolare un cerchi in lega ultraleggera. E a quel punto il gran premio sarebbe giunto precocemente al termine.. Arrivarono al piccolo dosso che ben conosceva e spinse ancor di più sull'accelleratore.Per un breve attimo le ruote si staccarono da terra. Ma tanto bastava per confermare la generica sensazione del volo con una dolcissima planata sulle quattro ruote.Non male come atterraggio, comandante!UUUUUUuuuuuuhhhaaaaaaaaaooooooooooo!Era come far del sesso.Era come se una gigantesca bocca ti succhiasse in avanti tutto intero.Al tornante a U calò quattro marce sfruttando per ognuna di esse il freno motore anche se, causa il turbo, era quasi inesistente.A metà curva sparò giù il gas a tavoletta.Il riinnesto improvviso del turbo aumentava di decine e decine di cavalli la potenza provocando il patinamento delle ruote posteriori con conseguente derapage.Viceversa, le ruote anteriori artigliavano l'asfalto come un gatto quando sale su un'albero.Era come esser stato sparato e cavalcare il proiettile.Nella lunga discesa che portava all'autostrada tolse il gas.Il rumore degli ingranaggi dell'otto cilindri sembrava lo ringraziassero per quella boccata d'aria fresca che gli faceva prendere.Prese il biglietto.Il raccordo anulare...corsia di lancio...massima potenza !Centoottanta....duecento...duecentoventi.....duecento trenta...duecentoquaranta....l'auto cominciava a vibrare come un'aereo d'epoca. il rumore era assordante e qualunque canzone fosse rimasta nel mangianastri non si sentiva più.Sentivi la vita sospesa a un filo.Qualunque minimo ostacolo avrebbe determinato un dramma.Lo sentivi, ne eri consapevole, sapevi che era una pazzia rischiare così, per niente, la vita,...ma era inebriante, adrenalina pura !Tener giù il gas era una sfida.....duecentocinquanta........poof...la turbina sfiatava, era il segno che eri arrivato al massimo e se la valvola west-gate non avesse sfiatato il turbo sarebbe esploso incendiandosi.Nei Gran Premi era di ordinaria amministrazione vederne andare arrosto.Ma a quella velocità anche l'autostrada non era poi così lunga.Arrivarono al casello ed uscirono.Raggiunsero l'ippodromo, parcheggiarono, e aspettarono gl'altri."Ti sei divertita?" chiese Allan premuroso a Ritanna.Dall'auto proveniva ancora la musica di Phil Collins "In the air tonight"
http://www.youtube.com/watch?v=n-HgI6OfxkY
"Mica tanto..." rispose."Ma perchè?""Vai troppo forte"Allan rise, e un po' a malincuore, Ritanna lo seguì.

Sunday, June 5

Un romanzo theocon



I CAPITOLO

Ovviamente sono storie degl'anni ottanta quando neanche si sapeva avessimo questo nome. O ancor più indietro nel tempo, fine anni sessanta.
L'America era arrivata in Italia...California dreaming, San Francisco, Woodstock, Kerouak, Ginsberg.
Erano tempi in cui la facevano da padroni i "com". Per niente "neo" ma sempre e solo "com". Si scannavano, lavoravano, manifestavano, ciclostilavano, assembleavano...insomma, una gran rottura di palle.
La "peste relativista", figlia del 68',iniziava a penetrare i meandri della società fino ad impadronirsene.
Unti sociologi "untori" pullulavano nelle Università.
Allan si svegliò a mezzogiorno, colazione, e via in cerca di amici.
Se la rideva, lui, pensando a quei coglioni dei suoi coetanei che si sarebbero fatti scannare per essere indipendenti dai propri genitori. Era un problema che non lo sfiorava neanche. Magari pensava come rendere la naturale dipendenza dei genitori dai figli unici ancor più fruttuosa.
Si, una bella Fulvia coupé era quello che ci voleva per andare all'università e far sì che loro si sentissero meno in colpa sdebitandosi, per un po', d'averlo fatto nascere qui invece che in America. Blu, il suo colore preferito. L'avrebbe sicuramente acquistata blu scuro.
Certo, a ben vedere non c'era molto da stare allegri. Intorno a lui il mondo stava cambiando, e in peggio. La decadenza dell'occidente stava iniziando. Allan viveva tutto questo passivamente. Non lo riguardava.

Molti anni dopo...inizio 80's

La decadenza nelle sue espressioni peggiori era già arrivata al suo culmine, ma Giovanni Paolo II e Ronald Raegan cambiarono decisamente la musica o, se preferite, "le carte in tavola".
Il comunismo, già in profonda crisi per le Brigate Rosse che ne sputtanavano l'immagine, si ostinava a chiamare "riflusso" tutto questo. Nel "radioso sole dell'avvenire" ci sarebbe stato comunque in futuro un flusso più favorevole. Una specie di yin e yang all'occidentale. Patetico!
In mediooriente Komeini aveva appena preso il potere e la riscoperta dell'importanza della religione era già allora all'ordine del giorno e i rotocalchi ne facevano argomento di articoli. Parimenti qui iniziava un pontificato che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia.
Ma allora c'erano ancora Breznev ed in seguito Andropov.
Pericolosetti, niente da dire.
Eravamo diventati campioni del mondo di calcio e purtroppo Villeneuve si era schiantato a Zandvort.

Roby era la quintessenza del "prendere la vita come un gioco". Scommetteva su tutto, pure sul primo che avrebbe svoltato l'angolo se maschio o femmina. Se arrivavi al "Bar Parigi" prima delle tre potevi esser certo che lo avresti trovato impegnato in una partita di "beccaccino" o "maraffa" o qualche altra diavoleria del genere cartaceo. Spesso ti concedeva solo pochi attimi di udienza terminata la fase di riscaldamento al bar perchè lo attendevano al "Circolo Sersanti", il più "in" della città e tempio dei professionisti, dove commercianti e medici rintronati prima di tornare al lavoro contribuivano generosamente al suo sostentamento con altre "briscola", "sette e mezzo" o la ben più trasgressiva "concincina".
"Dove stai andando?"
"Al "circolo" "
"E dopo dove vai?"
"Da nessuna parte... "
Lo seguì . Allan amava molto leggere qualunque rivista gli capitasse sottomano e al "circolo" non si facevano mancare niente. Mentre Roby giocava Allan leggeva e nessuno dei due faceva fretta all'altro. Riemergevano all'unisono verso le cinque, cinque e mezza quando anche l'ultimo pollo abbandonava, giusto in tempo per scendere e incontrare qualche altro amico. Mentre sorseggiavano un caffè al bar arrivò Teo, un po' trafelato e sempre di corsa come suo solito.
"Ragazzi - esordì con tono oracolare - sono a posto. Sono ormai proiettato in un radioso futuro di luce !"
"Ma che cazzo dici?" disse Allan guardandolo sprezzante.
"Ho messo sù il computer!"
"Ah, e chissenefrega....ma poi a cosa ti serve?"
"Nella contabilità di un'azienda e anche per una succursale di un'assicurazione come la mia tu non immagini quanti conti e conticini mi risparmio. Li memorizzo lì e me ne posso anche scordare che tanto ritrovo tutto e subito spingendo due tasti"
"Beh, ...si, certo...per te deve essere molto comodo ! "
"Comodissimo, non immagini quanto !"
"Ma è solo roba per fare i conti più in fretta...un calcolatore appunto."
"No, non è solo questo. E' una vera e propria rivoluzione, cambieranno molte cose, tutto sarà molto più veloce"
"Un bel guaio." Troncò Allan guardando Roby che fino a quel momento era stato solo ad ascoltare quasi chiedendogli di dire la sua.
"Certo...che...se servisse per vincere dei soldi - esordì - non sarebbe male! Si potrebbe pensare come calcolare le probabilità, che so', di un cavallo di vincere all' "Arcoveggio". "
In quel momento arrivò Ritanna. Era una ragazza semplicemente bellissima.
Ormai che erano lì si misero a sedere ai tavolini sotto il portico del "Zanarini", un bar molto elegante in pieno centro città. L'ambiente Decò del locale ben si adattava allo stile di Ritanna sempre ricercato nei dettagli. Era un'accanita fans di Woody Allen e a volte infastidiva quel suo sembrare voler imitare Diane Keaton.
"Ieri sera ho visto un capolavoro" esordì.
"...due eventi in un giorno solo - disse ridendo Roby - questo, guardando Teo, è entrato nell'Era della Luce e questa, indicando Ritanna, ci descriverà un'altro evento storico, l'ultimo capolavoro del "piccolo grande uomo" Woody Allen."
"Scherza pure - rispose lei con una leggera smorfia di fastidio - ma questo è un vero capolavoro, vedrai... "
"E come si chiama questo capolavoro?" l'assecondò Roby.
"Zelig"

" E cosa significa? "
"Non significa niente, è solo il nome del protagonista."
"E perchè l'ha chiamato così?"
"Beh, perchè tutto il film è incentrato su di lui."
"E cos'ha di particolare costui?" osservò Roby sempre un po' sornione.
"Beh, è molto particolare: ha la capacità di immedesimarsi a tal punto con chi ammira da diventare, come un camaleonte, simile a lui."
"Che strana storia!" intervenne Allan.
"E cosa significa tutto questo?" chiese Teo.
"Il conformismo...il conformismo di massa...è una critica del conformismo."
"Questo l'ho capito!" rise Roby.
"Oh, smettila di fare l'imbecille." si stizzì per finta Ritanna, sorridendo timidamente.
"No,...volevo dire...certo, il conformismo...è un po' come dire l"eterodiretto" di Adorno...più o meno."
"Si, più o meno." assentì Allan.
"O Santocielo, non sono nemmeno le sette di sera e questi gia iniziano con...Adorno!! O, dai, ...sù...cosa si fa' stasera?" cinguettarono all'unisono Mariangela e Sabina sbucando da dietro al gruppo seduto.
"Ciao...e voi da dove saltate fuori?" le accolse Teo, che essendo il fidanzato di Mariangela si alzò e la baciò sfiorandole le labbra.
"Io stasera devo andare via." intervenne Roby.
Nessuno ci fece caso, tanto era la solita storia. Roby infatti cambiava una ragazza pressochè tutte le sere e non faceva in tempo a presentarcela che già l'aveva cambiata.
Si stava facendo sera. Le tenui luci dei lampioni s'accendevano precocemente. Le giornate si stavano allungando e il tepore primaverile rendeva piacevole restare all'aperto.
Allan si alzò e andò ad ordinare aperitivi e salatini.
"Io stasera pensavo di andare a vedere il film che diceva Ritanna." disse rimettendosi a sedere.
"Hooooo, ma dev'essere pallosissimo." dissero Sabina e Mariangela quasi all'unisono.
"Ogni tanto un po' di cultura non guasta...e poi, dai...non andremo in discoteca anche questa sera?
"La settimana scorsa ci siamo andati solo una volta...io ne avrei voglia...poi durante la settimana c'è meno gente, si sta più larghi, è più bello."
"Questo è vero..."
"Potremmo farli entrambi, prima il film poi la discoteca - disse Teo - Dai Roby, vieni con noi, o quella che ti porti fuori questa sera è la moglie di qualcuno?"
"No, non è la moglie di nessuno!"
Anche se fosse, Roby, non lo avrebbe ammesso neanche sotto tortura. Aveva dei modi molto eleganti di gestire le sue storie. Semplicemente si potevano solo dedurre. Se ce la faceva conoscere era segno che quella non era sposata, altrimenti non l'avreste ne mai vista, ne mai conosciuta, ne tantomeno avreste mai sentito parlare di lei e se si cadeva sull'argomento in sua presenza era come se a Roby svanisse il cevello tanto era assorto in qualcos'altro e fosse rapido nel deviare il discorso. Un abile politico non avrebbe potuto fare di meglio.
"Okay, glelo chiederò, anche a lei credo piaccia Woody Allen...e poi ho letto anch'io una recensione sul giornale che ne parlava molto bene."
Ritanna riprese a parlare del film da dove si era interrotta all'arrivo di Mariangela e Sabina.
"Woody Allen, Leonard Zelig, è vittima di una strana malattia che si manifesta nelle trasformazioni psicosomatiche dei tratti in conseguenza del contesto in cui l'individuo si trova.
A seconda di chi ha vicino si trasforma esteticamente e gli diventa sempre più simile. Un vero camaleonte! Metaforicamente ; l'ortodossia sociale è una malattia che può portare al fascismo ed è, viceversa, la paura di essere diverso."
"A me sembra già di viverci in questo conformismo dilagante!"
Allan aveva le idee chiare ma nell'esprimerle a volte era un po' violento; andava subito al dunque.
"Il conformismo dell'anticonformismo, tanto per cominciare,...qui sono tutti anticonformisti ma sono tutti uguali...tutti trasgrediscono a più non posso, tutti nello stesso modo.Fumano erba, tirano coca, bevono, vanno con travestiti, tradiscono. Ormai gli originali sono quelli che si alzano presto la mattina, hanno una famiglia sana, si vogliono bene. Con questo non stò dicendo che io sono un santo, ma almeno non credo che sia questa l'originalità, l'anticonformismo.
Oggi gli unici anticonformisti sono i cattolici, e, tra loro, i più anticonformisti sono quelli di Comunione e Liberazione. Fateci caso come ne parlano male tutti....tutti li ridicolizzano...danno fastidio proprio perchè non si conformano allo strapotere dei comunisti a cominciare dalle università..."
"Ho sentito dire che sono degli integralisti."
"Beh, bisogna vedere se lo intendi in senso spregiativo come vorrebbero i compagni, o in senso vero!?"
"In senso vero!"
"Beh, in senso vero non sono più integralisti di qualunque altro cattolico. Certo a differenza di tanti di loro malati di cronici complessi di inferiorità verso...si fa' per dire...la cultura egemone dei compagnucci, loro, almeno. non si fanno fregare e anzi li copiano nelle loro espressioni migliori, cioè pratiche, le coperative...e li battono pure....e questo manda in bestia i fascistelli rossi."
"Comunque in Zelig - riprese nuovamente il discorso Ritanna - c'è anche il tema della psicoanalisi che in un film di Woody Allen non manca mai. Qui c'è Mia Farrow che fa' la parte di una dottoressa che cerca di capire le radici dello strano fenomeno e finisce per innamorarsi del suo paziente e salvarlo."
"Adesso che ce lo hai raccontato tutto possiamo anche risparmiarci i soldi " disse ridendo Teo.
"Potremmo anche cominciare a pensare dove andare a cena, cosa ne dite? Io mi mangerei un piatto di tortelli" aggiunse strisciandosi le mani con entusiasmo.
"Io pure!" Mariangela.
"Si, anche noi..." Sabina, Ritanna e Allan.
"Ci vediamo dopo le nove" disse Roby alzandosi per andare all'appuntamento.
"Si, qui dopo alle nove" assentirono tutti.
Il profumo intenso degli oleandri inondava l'aria.
Mentre si alzavano pigramente Ritanna ne approfittò per avvicinarsi ad Allan per continuare il suo discorso:
"Tu che fai analisi, cosa pensi di come Woody Allen usa, diciamo così, la psicoanalisi stessa in tutti i suoi film?" chiese mentre si avviavano verso una delle ultime osterie sopavvissute nel centro della città.
"Beh, Woody Allen è un perfetto ebreo-freudiano, ma a me piace più Jung."
"E perchè?"
"E' più completo. Freud riducendo tutto a sublimazione degli istinti sessuali ha ridicolizzato e squalificato l'amore con la A maiuscola...e pure l'Amicizia."
"Spiegati meglio."
"Tra le passioni umane l'Amore e l'Amicizia sono sempre state celebrate come le più elevate. Chi è capace d'Amare, di perseguire la propria felicità attraverso la felicità di un altro, rivela una natura generosa, e dunque superiore.
Insomma, l'animo umano sa' innalzarsi sopra al calcolo egoistico e trarne piacere.
Freud, facendo questo,...cioè riducendo tutto a "sublimazione", ha reso omogenei tutti i comportamenti. Nessuno crede più a uno slancio disinteressato. E così l'Amore si riduce a una questione di... "diritti"... e restano solo timide..."relazioni". Inoltre questo porta alla impossibilità di distinguere tra comportamenti "nobili" e plebei....e poi...e poi...ce ne sarebbe da dire..."
"Quindi oggi, secondo te e per colpa di Freud, non esiste più l'"amore romantico"?"
"Si, infatti, facci caso, non compaiono più grandi romanzi d'amore come nell'800....la liberazione sessuale ha solo reso il discorso amoroso d'oggi...esplicito...noioso e piatto. La società in cui viviamo è forse la più libera ma certamente le meno erotica fra quante si sono succedute nella storia dell'umanità. Siamo tutti emancipati dai pregiudizi e dai divieti che circondano la sfera del sesso, ma abbiamo perso la capacità di trattare con gesti e parole adeguati il mistero dell'eros.......cioè quella che era cosiderata dai classici la forza più misteriosa, eccitante e profonda."

"Io Teo lo amo profondissimamente" intervenne Mariangela sporgendosi, mentre passeggiavano, e sfiorando con le sue labbra quelle di Teo che, preso alla sprovvista, indietreggiò fingendosi impaurito.
"Beh,...basta che tu non la metta su come tutta una lotta di potere come le femministe."
"Mai stata femminista, anzi, ho fatto anche la "ragazza immagine" alle convention di Almirante."
"Meglio...quelle sono proprio l'ultimo stadio della decadenza che porta a fondere sul "contratto" piuttosto che sulle inclinazioni naturali le relazioni umane come, appunto, l'Amore."
"E come ne veniamo fuori da questo guaio ?" chiese sorridente Sabina.
"Personalmente mi disintossico leggendo Shakespeare."
"Perchè?"
"Perchè in Shakespeare la natura umana vi viene messa in scena in tutta la sua concreta ricchezza. Oltre ad aver rappresentato indimenticabili coppie di amanti e dato vita ad intriganti amicizie, ti aiutano a riscoprire i misteri di questi legami più con la ragione che con il sentimento."
Nel frattempo avevano raggiunto l'osteria e si misero a sedere
"Ha ragione Allan - disse Sabina sedendosi - gli uomini non sono più romantici!"
"Diciamo che prevale solo un'insulso sentimentalismo, che è poi la versione peggiore del romanticismo...Romantici "ingrigiti" che oscillano tra vogli di illusione e "disincanto"....patetici Peter Pan quasi volendo compensare...."

"Tortelli, al pomodoro e al ragù...Sangiovese, il nostro Santo preferito....acqua....poca, che fa' venir la ruggine" ordinò Teo, ad alta voce al cameriere in modo che sentissero tutti.
Li raggiunsero Marco e Christian che avevano incontrato Roby per strada e che gli aveva detto dov'erano gl'altri.
"Cameriere, ...altri due" fece segno Teo indicando i nuovi arrivati.
"Vi vanno bene i tortelli ?"
"Si, si...o.k..."
"Da quale autodromo sei reduce?" chiese Sabina a Marco
"Brand Hach, in Inghilterra"
"E come è andata?"
"Bene, direi...quarto."
"Chi ha vinto, sempre lui, "il pensionato"?"
"Si, ha ancora comunque le auto migliori e la stoffa è ancora integra nonostante gl'anni."
"Beh, quando si ritirerà sarai primo di sicuro, ha dieci anni più di te e prima o poi..."
"Si, è vero, ma ne saltano fuori tutti i giorni di bravi." si scherni.
Nessuno disse niente ma dentro di se ognuno ci sperava e credva che Marco avesse una particolare predisposizione alla guida e che prima o poi sarebbe diventato qualcuno, ma per scaramanzia condivisa nessuno osava andare più in là di un generico incoraggiamento.
Christian era il suo meccanico personale. Lo seguiva dagli inizi della sua carriera. Erano come fratelli. Sembrava un'indiano uscito da un film western. Era molto bello. Parlava poco ma era sempre pronto a sorriderti quando ti rivolgevi a lui.
Avevano debuttato insieme con un'Alfa Romeo GTA.
Marco la pilotava, Christian gle la smontava e rimontava continuamente.
All'inizio fù dura, molto dura, poi Marco cominciò a essere notato e cominciarono ad arrivare aiuti in denaro sotto forma di sponsor, fino ad arrivare a pilotare una Formula 2 ufficiale del team "Techno".
Nel campionato europeo, a cui ora partecipava per la prima volta, era riuscito a piazzarsi solo in alcune gare, ma tutto il suo team era contento di lui perchè consapevoli dei limiti del mezzo poichè erano gli inglesi i dominatori della categoria.
Nei prossimi mesi avrebbe avuto una nuova macchina che sembrava dare ottimi risultati nei test di prova.
"Di cosa stavate parlando ?" chiese Marco che non amava molto parlare di sé.
"Eravamo partiti dall'ultimo film di Woody Allen che Ritanna dice sia molto bello e che pensavamo di andare a vedere questa sera." rispose Teo.

"I tortelli caldi arrivarono, e pure il vino.
La conversazione si interruppe per riprendere solo sul giudizio dei piatti tra un boccone e l'altro.
Il profumo di carne alla brace inondava l'aria e favoriva l'appetito.
Arrivarono in fretta le nove. Recuperati i propri soprabiti uscirono. La sera avvolgeva tutto con la sua aria protettiva. La maggior parte della gente a quell'ora era in casa e dopo aver visto il telegiornale iniziava la visione di qualche film non più nuovissimo.
"Allora,...deciso per Zelig, stasera?"
"Ormai è tutt'oggi che ne parliamo, comincia a stancarmi...perchè non andiamo a vedere qualcosa di più divertente?"

Best, che doveva questo nome a un campione inglese di calcio degl'anni 70 famoso per i suoi stravizi, lo incontrarono al bar con già un wisky in mano.
Adorava i cavalli ed era particolarmente amico di Roby con il quale condivideva la stessa mania di scommettere su tutto, ma preferibilmente quadrupedi e roulette.
Era un po' paranoico e convinto che tutto congiurasse contro di lui e la malasorte non gli desse tregua. Fermo restando che alla prima vincità tutto il mondo sarebbe cambiato in meglio arridendogli, e quel Dio, che se esisteva doveva per forza amarlo nella sua unicità, finalmente si accorgesse di lui e gli elargisse la sua benedizione sotto forma di danaro contante possibilmente cospiquo.
Allora Best aveva alcuni attimi di pensieri elevati e grati per poi, ben presto, ripiombare nella quotidiana lotta per sentirsi..."il preferito"...sintesi del vizio del gioco che colpisce preferibilmente chi nell'infanzia si è dovuto sorbire un fratello.
"Come ti è andata oggi con i cavalli?" fu l'ardita domanda di Marco.
Iniziando ad imprecare sulla malasorte, i fantini ladri e figli di puttana che se la intendevano, i cavalli drogati troppo con effetti paradossali e contrari alle logiche aspettative di chi aveva passato l'intero pomeriggio a studiare su "Il Trotto", bibbia degli aficionados.
"Cazzarola, è vero che all'ippodromo cominciano a correre anche di sera...perchè non c'andiamo invece di andare al cinema?" esclamò Teo, che con le "illuminazioni" improvvise era in giornata di grazia.
"Ottima idea!" assentirono gl'altri.
A Best sarebbe stato inutile chiederlo tanto avrebbe sempre e comunque detto si, ovviamente.
Aspettarono che arrivasse Roby con la sua nuova fiamma e partirono.
Ci sarebbe voluta una buona mezz'ora d'auto per arrivare e parcheggiare all'ippodromo.
In cinque salirono sulla Mercedes di Teo, gli altri sulla Volvo familiare di Marco.
Ritanna sulla Ferrari di Allan.
"Tanto tu l'avevi già visto il film, non ti dispiacerà certo perderlo."
"Certo che no" rispose lei.
L'otto cilindri del turbo si avviò al primo colpo.
Il rumore interruppe la conversazione.
Allan ne approfittò per mettere una cassetta nel mangianastri Sony con effetto "cattedrale".
"Dancing in the street" di David Bowie e Mick Jagger esplose con il suo ritmo travolgente
http://www.youtube.com/watch?v=1KNrH4hNnPM.
Adattò il volume quel tanto che si amalgamasse con il rombo dell'otto cilindri, e partì.